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FIABE COSÌ BELLE CHE NON IMMAGINERETE MAI. Quando leggere stura le orecchie

Di solito è una cosa che succede con le vecchie edizioni: prima di leggere le parole, leggo il libro nella sua interezza, in (e con) tutti i sensi, perché oltre ad essere una storia scritta, un libro è anche qualcosa di materialmente palpabile, “odorabile” e persino udibile. Eccomi davanti a Fiabe così belle che non immaginerete mai, auto-regalo di compleanno, visto che è uscito a gennaio.

Sfiorando la copertina, i polpastrelli restano un po’ affezionati alla carta, ho la sensazione che le macchie di colore siano ancora fresche, le sento umide, come i vetri delle biblioteche di sera o le foglie al mattino, di condensa. L’annuso e sa di orzo poco prima di mescolarci il latte caldo che è una cosa che facevo quando ero molto piccola, quindi profuma di remoto e lontanissimo presente (perché mi è tornata la voglia di rifarlo).

Lo osservo, possibile che sia io quel puntino che vola? Non l’uomo, quello è spilungone. Me lo sento, sono io, me lo ricordo questo sogno. Sto già sognando? Leggo l’indice. Questi titoli sono così adorabilmente lunghi che sembrano i versi di una canzone che solo un abile menestrello sa intonare, e la sta intonando proprio adesso. Così, mi metto comoda ad ascoltare.

C’era una volta, in un reame lontanissimo, ma talmente lontanissimo che se te avevi voglia di partire: c’era sempre qualcuno che ti fermava e ti diceva – Dove vai? -, e se glielo dicevi ti guardava e ti diceva: – Oooooh, ma è lontanissimo, dove vuoi andare!- tanto che poi ti scoraggiavi e restavi a casa, che non c’è niente di meglio per bloccare il volo che ridicolizzare lo spiegamento d’ali (La donna che cercava sorrisi col retino)

Sono 25 le fiabe così belle, e iniziano (quasi) tutte così, con un “c’era una volta” e un “reame lontanissimo”,talmente lontanissimo” dal nostro che tutto ciò che accade diventa inimmaginabilmente assurdo, ironico e apparentemente illogico ma altrettanto denso e metaforico, e quindi credibilmente vero. Così come è vero “che non immaginerete mai” perché è impossibile intuire l’evolversi di ogni storia, un po’ come succede nei sogni o nei racconti a voce alta dei bambini.

A voce alta, come quell’oralità con cui, durante il lavoro, si tramandavano aneddoti del quotidiano, storie del focolare, che diventavano fiabe poi raccolte dai grandi autori più conosciuti (Basile, i fratelli Grimm, Perrault), o come la voce dell’autore, Ivano Porpora (La conservazione metodica del dolore, Einaudi) un cantore ironico e goliardico quanto allegorico e poetico. Un menestrello che ci stura un po’ le orecchie e ci canticchia storie e segreti di un cavaliere che ha perso il cuore, di donne “belle belle” che amano uomini “brutti brutti” o di quelli che giocano a briscola con la tristezza, di bambini che leggono storie ai sordi, di soldati che finiscono la guerra a suon di PUM.

Con un linguaggio ricco di ripetizioni, quasi ipnotici ritornelli e descrizioni eccentriche, parole bizzarre e sigle buffe, l’autore ci racconta un mondo che forse gira dal verso opposto, in cui esistono distributori di sogni e i cani abbaiano davanti ai cancelli del Paradiso per riportare indietro i loro piccoli amici umani.

Con la sua logica apparentemente priva di regole ci svela anche (per ogni fiaba) una morale (anzi tre) e se non ce la svela è solo perché dobbiamo sforzarci di capirla noi. Inoltre, ci abitua così bene ad interpretare realtà impossibili, che forse ci confida il segreto per comprendere meglio la nostra.

Le parole sono roba da maghi, e come le magie richiedono attenzione e amore insieme. Scrivere libri è una cosa che fa bene al cuore, ma leggere i libri è una cosa che stura le orecchie. (Il bambino che leggeva romanzi d’amore ai sordi)

Lo diceva anche Freud che “le parole sono come incantesimi”, e forse l’importanza dei miti, delle fiabe, di tutto ciò che nasce dalla tradizione orale, dal tramandare storie, risiede proprio nell’incantesimo che crea l’ascolto.

Porpora ce lo fa intuire attraverso una delle fiabe più belle, “Il bambino che leggeva romanzi d’amore ai sordi”, in cui, in un reame lontanissimo, dove tutta la popolazione è normalmente non udente, un bambino nasce con una disabilità: ci sente bene. E nonostante i suoi se ne vergognino amaramente, come di quella diversità che mai sembra giovare al proprio futuro, il bambino decide di andarsene in giro a leggere storie a chi non saprebbe come udirle, ma è nella differenza tra sentire e ascoltare che prende vita l’incanto, nel fare finalmente attenzione.

“Tutte le storie sono storie d’amore”, e uno di questi amori sta proprio nello scoprire, nel concedere, come l’abbraccio tra l’uomo brutto e la donna bella, tanto opposti tra loro da attrarsi con naturalezza per poi amarsi alla follia, come forse si amano il mondo dentro un libro, con la sua dose di meraviglia e quello fuori dalla nostra porta, con la sua dose di dolore.

Un mondo lontano, ma anche attuale, vicinissimo, come l’unico reame non lontanissimo della raccolta, quello de “La bambina che viveva nell’orrore”, tragica quanto poetica fiaba, vicina perché ci racconta degli “amici transalpini” e dei recenti orrori accaduti in Francia.

A volte i sogni grandi tolgono di torno quelli che abbiamo di fronte, proni a noi. (La giornata mondiale di Io)

Le fiabe di Porpora, edite da LiberAria, potremmo anche definirle per adulti, ma tutte le fiabe più conosciute, in realtà, non sono nate mai per bambini. I bambini le assimilano per rincuorare gli adulti che saranno, così come gli adulti le comprendono per rievocare i bambini che sono stati e rispolverare quei sogni proni e vicini.

In questo binomio di opposti apparenti, di abbracci impossibili, di scrittura orale, queste Fiabe così belle sembrano davvero cingersi alle bruttezze del vivere, “stringendosi delle attese, e della disperazione, e dello scherno, e della dignità” fino a far “esplodere il mondo”, e a ricrearlo.

lp



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