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I miei racconti sono stati pubblicati su:

Uno ha vinto un contest, un altro si è aggiudicato un premio. Uno è decisamente il mio preferito, un altro è arrivato fino al Salone di Torino. Ma non ce n’è uno (forse) che parli di me.


Storie:
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«Tutto quello che credi sia uno è sempre due, Velia. Ogni cosa ha un lato opposto, un limite, un passaggio…»

 

◦ Una bimba, un cane, un pilota maldestro e una fossa in cui gettare tutto ciò che non si può salutare, leggi qui

 

Al volante un uomo si tiene la fronte. Ha la barba folta che sembra avere il vizio della sua frangetta: in certe circostanze si allunga, le copre la faccia, come fa l’edera sui muri delle case abbandonate, o come alcune radici quando screpolano i pavimenti. Diventa protettiva, cioè invadente. La barba di quell’uomo gli ha incorniciato due occhi pendenti, forse un po’ tristi, di quelli che calano come gli occhi stanchi ad una certa ora. Con quegli occhi la fissa, mentre curvano in basso ancora di più, e quasi si vede chiaramente la parola merda che sta pronunciando oltre il finestrino.

 

◦ Una vecchia signora che ti osserva, e che mette in lista i tuoi sogni, le tue paure, e tampona la tua tristezza, leggi qui

 

Non ci vuole arte per decifrare gli sguardi. Tutto questo parlare di occhi e anima sopravvaluta il giudizio sulle persone. Renée ci giudicava dalle nuche o dai polsini, dalla capacità di celare o meno la nostra notte stellata. Nemmeno ci giudicava, in realtà. Ci conosceva. E ci regalava occasioni.

 

◦ Una donna molto molto alta che incontra una donna molto molto bassa, in un giorno particolare, distanza e spazi vuoti, teiere che versano pioggia, leggi qui 

 

È che non si vedono mai i buchi neri da cui viene fuori la tristezza. Forse sono puntini così piccoli che non si scoprono in tempo, e il tempo contribuisce ad allargarli.

 

◦ Un clochard che ride forte (e chissà perché), leggi qui

 

Il Tibet rideva forte, piegato in due, come due placche che sfiorandosi sobbalzano in scosse sussultorie, sismi addominali, il cui ipocentro era un buco profondo nel petto. 

 

◦ Un ragazzino che non ricorda più com’era la ragazza che ha baciato, e quello che gli resta addosso: nausea, brividi e qualche decimo di nostalgia.  leggi qui

 

Butta fuori tutto, mare compreso. Fra un po’ non rimarrà nulla di lei. Forse è un’infatuazione passeggera, una brevissima incubazione destinata ad avvampare come la carta, veloce e in fretta, e a bruciare così forte da lasciare resti labili e impossibili da riacciuffare.

 

Che cos’è davvero la vergogna? Che significa guardare? E come si resta fermi davanti alle cose ferme?  leggi qui 

Lui non si avvicinava, mi guardava soltanto, anzi mi spiava, come si spiano i morti, vivi, la prima volta che li guardi.

 

◦ Una ragazza, una salina, un errore e la voglia di tornare indietro, leggi qui

 

«I fenicotteri passano ore in acqua perché separano il cibo dal fango. Per questo stanno su una zampa sola, per non prendere freddo» le aveva spiegato. Irene lo aveva ascoltato sperando che poi la baciasse ma lui era come uno di quegli uccelli, in equilibrio per non congelare, mentre continuava a separare i momenti buoni da quelli cattivi.

“Io non ti piaccio?”

La verità è che non glielo aveva mai chiesto.